GUERRA UMANITARIA ?

Eni, Impregilo, FinMeccanica: sono solo alcuni degli interessi “umanitari” che andiamo a tutelare

La favola che racconta la situazione libica come un intervento umanitario in sostegno della popolazione contro l’oppressione del regime dittatoriale, nasconde in realtà forti interessi economici da parte degli aggressori.

Da mesi i mass media ci raccontano di un popolo oppresso e in rivolta contro il dittatore gheddafi, assimilando la guerra civile libica alle rivolte di studenti, lavoratori e disoccupati egiziani, tunisini, algerini, ecc.

Esistono al mondo decine di conflitti in cui le popolazioni sono soggette al massacro. In base a quali criteri viene scelto il “caso umanitario” in cui intervenire militarmente?

La Libia, quarto paese africano per estrazione di petrolio, con una riserva di 42 miliardi di barili, ne estrae ogni giorno 1,91 milioni, 244mila dei quali ad opera dell’Eni; è inoltre quarto paese africano per riserve di gas, con 1,66 trilioni di metri cubi, con un’estrazione di 15,57 miliardi di metri cubi all’anno.

Si sta dunque assistendo ad uno scontro tra poteri economici interni al paese per il controllo di queste fonti energetiche, che ha determinato l’urgenza per le potenze occidentali di inserirsi nella ridefinizione dei rapporti commerciali e di sfruttamento di tali risorse energetiche.

E’ questa impellenza che rende Gheddafi un nemico contro cui schierare le proprie potenze militari, nonostante fino a ieri costituisse un valido interlocutore per l’occidente, pur avendo anche in passato violato i diritti umani (si sta parlando dello stesso Gheddafi con cui l’italia ha stipulato accordi sul controllo degli immigrati che dalle coste libiche tentano di raggiungere il nostro paese, attraverso lager in cui vengono imprigionati e sottoposti a trattamenti disumani, con il supporto economico e militare italiano).

E’ l’ennesimo intervento militare che l’occidente giustifica con la tutela dei diritti umani, effettuata attraverso bombardamenti e distruzione; le numerosissime esperienze relative a questo tipo di interventi dimostrano in modo lampante la natura degli interessi in gioco e delle conseguenze sulle popolazioni coinvolte.

E’ così, fra l’altro, che gli stati europei sottraggono fondi a istruzione, ricerca, sanità, e servizi sociali per concentrarli nella spesa militare.

Benchè in Italia, la quale ha un ruolo di primo piano in questo conflitto (il comando delle operazioni di guerra ha sede proprio a Capodichino e Bagnoli), ci si ritrovi alle prese con un aumento vertiginoso di disoccupazione e precarietà, con politiche di razionalizzazione delle spese e imposizione di sacrifici alle fasce sociali più deboli, con l’annientamento del sistema di istruzione e ricerca pubblica, con innumerevoli tagli alla sanità e a tutti i servizi sociali, il settore degli armamenti non vede diminuire uno stanziamento di fondi.

E’ proprio di questi mesi la notizia per cui la riforma dell’università comporterà la cancellazione o l’accorpamento di numerosi corsi di laurea, l’imposizione del numero chiuso, l’aumento delle tasse di iscrizione, con il conseguente ulteriore colpo inferto al diritto allo studio.

MA QUALE GUERRA UMANITARIA? È GUERRA IMPERIALISTA

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